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Outsiders – Elsa von Freytag-Loringhoven

Storie di personaggi che meritano un posto nell'arte del Novecento

Nei manuali di storia dell’arte compaiono sempre gli stessi nomi, come se tutta l’evoluzione artistica fosse in mano ad un solo gruppo ristretto di artisti, che hanno saputo, o chi per loro, entrare nel mondo delle difficilissime leggi del mercato dell’arte.

Questo riguarda tutta la storia dell’arte, ma in particolar modo quella del ‘900. Essa fa parte di un mercato, evolutosi a livello economico e finanziario, paragonabile esattamente alle leggi controllano Wall Street.

Spesso sentiamo parlare di Matisse, Picasso, Boccioni, Balla, Kandinskij, Duchamp, Fontana, Andy Warhol. Non calcolando però che se questi nomi sono divenuti noti, lo si deve anche ad altri personaggi rimasti nell’anonimato e nell’ombra.

Altri sono rimasti sotto i riflettori, rimanendone bruciati. Parlo di “artisti mancati” incapaci di conquistare il successo meritato. Possiamo definirli  “perdenti per definizione”, troppo sensibili o forse, troppo poco scaltri, per sopravvivere alle leggi del mercato dell’arte. Scopriamo insieme chi furono, la loro storia e il perchè non la si conosce. Scopriamo chi furono i veri “Outsiders”.

Elsa von Freytag-Loringhoven

elsa von freytsg-loringhoven

Else Plötz, più nota come baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, è conosciuta per il suo essere spregiudicata, esibizionista e  scandalosa. I suoi outfit attraggono molto l’attenzione: cucchiaini usati come orecchini, francobolli incollati sulle guance, una torta di compleanno, con tanto di candeline accese, al posto del cappello. Famosa anche per l’amicizia con gli artisti dadaisti newyorkesi, in particolare Marcel Duchamp. La baronessa è stata poetessa e scultrice, sebbene la sua attività artistica sia così profondamente mescolata alle sue stesse scelte di vita da rendere difficile distinguere l’una dalle altre.

Una vita "al di fuori del normale"

Nata nel 1874 a Swinemunde, in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino rifiutandosi di vivere con un padre violento. Qui, grazie al suo fascino ambiguo e alla spregiudicatezza, lavora in molti spettali. Essi  sono per lei occasione per mettersi in mostra, per conoscere uomini che la aiutino a far fronte alla povertà e insieme siano oggetto di una sistematica e compulsiva sperimentazione erotica, e infine per verificare la sua identità bisessuale con alcuen delle sue colleghe . La relazione con l’artista Melchior Lechter proietta Elsa nel circolo del carismatico poeta Stefan George, strappandola allo squallore dei bassifondi e facendo di lei, tutt’a un tratto, una musa.

Dopo due anni trascorsi in Italia, alla svolta del secolo Elsa si trasferisce a Dachau, dove conosce l’architetto August Endell, suo primo marito. Qualche anno dopo, Elsa si innamora di un amico di Endell, il traduttore e scrittore Felix Paul Greve. Il ménage à trois si interrompe durante un viaggio nel Sud Italia, quando Elsa e Felix continuano, da soli, alla volta di Palermo. Poco dopo, Greve viene richiamato in Germania e arrestato con l’accusa di frode; scontata la pena, nel 1904, lui ed Elsa vagabondano per diverse città, componendo a quattro mani poesie firmate con lo pseudonimo Fanny Essler, per tornare a Berlino nel 1906.

Un colpo di scena smuove ora le acque: Greve, inscenando un finto suicidio per sottrarsi ai creditori, parte alla volta del Canada, dove si ribattezza Frederick Philip Grove e inizia una seconda vita. Quando Elsa – complice del finto suicidio – lo raggiunge, si trasferiscono in una fattoria nel Kentucky; ma la vita da agricoltori non fa per loro: Greve/Grove lascia Elsa, la quale subito fa rotta verso la grande città, questa volta Cincinnati, dove lavora come modella.

Si sposta poi a New York, e in particolare sul Greenwich Village, il cuore pulsante dell’esperienza dada. Qui, nel 1913, Elsa conosce e sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco ma evanescente rampollo di una famiglia tedesca con cui vive una stagione spumeggiante abitando al Ritz e conducendo un’intensa vita mondana. Allo scoppiare della guerra Leo parte alla volta della Germania per non tornarne più: si suicida.

Nel 1923 Elsa torna a Berlino dove, diseredata dal padre e ridotta in estrema povertà, finisce per vendere giornali e per trascorrere un periodo in una clinica psichiatrica. Implorando però i vecchi conoscenti, fra cui Peggy Guggenheim, di prestarle del denaro. È Djuna Barnes, una delle amiche più fedeli, a pagare l’affitto dell’appartamento parigino in cui la baronessa si trasferisce nel 1926. Qui, in rue Barrault, muore nel 1927, soffocata dal gas lasciato aperto. Disattenzione o suicidio? Djuna Barnes lavorò per diversi anni a una biografia dell’amica, che non condusse mai a termine: su Elsa è così calato un silenzio rotto solo in anni recenti, quando la critica si è accorta di lei.

Arte, poesia e Dada

Ed ecco la baronessa ormai non più giovane, con tre matrimoni e molti colpi di scena alle spalle, bisessuale, sempre più eccentrica nel modo di presentarsi e, pare, affetta da incurabile cleptomania. La sua fama si deve soprattutto alle performance che in quegli anni inscena, seminuda o vestita di lattine, nei luoghi più inconsueti. Le poesie che Elsa sottopone alle più avanzate riviste letterarie dell’epoca («Little Review», «Transition», «Transatlantic Review», su cui pubblica grazie a Ernest Hemingway, e altre) riscuotono un certo interesse. Alcune di esse sono dedicate al folle (e non ricambiato) per Marcel Duchamp, che di lei disse: «La baronessa non è una futurista: lei è il futuro».

Parlando di Duchamp, si pensa che sia stata proprio Elsa ad ispirarlo (o addirittura che ne sia la sola autrice) riguardo Fountain.

Duchamp e Man Ray coinvolgono Elsa in un video, intitolato “The Baroness shaves Her Public Hair”, di cui purtroppo sopravvivono solo pochi fotogrammi. La vicinanza all’ambiente dada è testimoniata anche dai ready-made confezionati da Elsa a partire da materiali poveri e di scarto, come l’irriverente God, del 1917: nient’altro che un tubo piegato, dall’evidente allusione sessuale, montato su un piedistallo in legno.

Parliamo di un’artista indipendente: lo dimostrano i versi moderni e graffianti fitti di riferimenti sessuali, le sculture piene di personalità e ironia, come il Ritratto di Marcel Duchamp, la volontà di fare del suo corpo un’opera d’arte anticipando di almeno quarant’anni la performance art

Berenice Abbott, disse di lei disse: «La baronessa era come Gesù Cristo e Shakespeare fusi in un tutt’uno».

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