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Wes Anderson

REGISTA DELLA REALTA' SURREALE

Regista dai toni pastello e dalle linee simmetriche, Wes Anderson ha fatto del suo stile inconfondibile il suo marchio di fabbrica, basta una sola inquadratura per capire che si sta vedendo un suo film.

Wes riesce a creare racconti poetici e di metterli in scena grazie ad immagini che sono in bilico tra il surreale e il reale, forzando inquadrature e colori che diventano artefatti e artificiali ma che aggiungono quella visione poetica e fantastica che si riscontra in ogni sua opera.

Bottle Rocket e l’inizio della sua carriera

A soli 10 anni, dopo divorzio dei genitori, decide di avvicinarsi al mondo del teatro per superare la timidezza verso i suoi compagni. Da subito presenta una grande attitudine e incomincia a riprendere delle piccole scenette insieme ai suoi fratelli. Il tema della famiglia e dell’infanzia sono temi ricorrenti nei film di Anderson, come ne I Tenenbaum (2001), film che consacra il regista, in cui un padre cerca di ricucire i rapporti con i figli.

All’università intraprende filosofia ed è qui che incontra il suo compagno di stanza Owen Wilson che sarà poi una presenza costante all’interno della sua filmografia. Si aggiungerà poi Luke Wilson, fratello di Owen; insieme creano un gruppo di appassionati i “Frat Pack” a cui si uniranno Ben Stiller, Jack Black, Will Ferrell e Steve Carell.

Primo lavoro serio è il cortometraggio Bottle Rocket del 1992. Presentanto al Sundance Film Festival nel 1994 riscuote molto successo, tanto che la Columbia gli propone di trasformarlo in un vero e proprio film, uscito nelle sale due anni dopo. 

Wes Anderson regista

Dopo il successo del suo cortometraggio decide di girare Rushmore (1998). Primo vero film del regista in cui il suo stile ancora acerbo sarà poi da spunto per i suoi film successivi. Già si comincia ad intravedere quelle che saranno le caratteristiche di ogni suo film: attenzione ai dettagli e alla simmetria delle inquadrature quasi maniacali (che aumenterà nei film successivi), l’uso del grandangolo e la caricatura dei personaggi.

Come già citato sopra, il suo secondo film I Tenenbaum è il film che consacra Wes Anderson e racchiude in esso tutti gli aspetti che saranno approfonditi in tutta la sua filmografia. Royal Tenebaum, interpretato da un geniale Gene Hackman, si separa dalla moglie, dopo una serie di tradimenti, e i tre figli Chas, Margot e Rchie dall’essere dei bambini prodigio si ritrovano ormai adulti ordinari con mille problemi. Il film ruota nella ricerca del padre di salvare quel che può della relazione con i tre figli. 

Oltre al suo stile fatto di colori pastello e zoom improvvisi, in questo film troviamo tematiche che stanno a cuore al regista come la famiglia, l’amore, il desiderio di rivalsa, la disillusione e che si riveleranno essere le principali caratteristiche della sua narrativa. 

Da queste tematiche usciranno capolavori come Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) che vede come protagonista Bill Murray nei panni di un oceanografo che decide di partire per una pericolosa impresa a caccia di uno squalo giaguaro. Il suo viaggio, che riprende alcune linee del libro di Moby Dick, sarà un percorso delicato e poetico alla scoperta di che cosa vuol dire essere padre. Invece in Il viaggio per Darjeeling (2007) il tema della famiglia inizia con il suo declino. Una situazione paradossale è presente in questo film poiché un evento triste come la morte del padre, è la scintilla di partenza per riunire la vita dei tre fratelli protagonisti, interpretati da Owen Wilson, Adrien Brody e Jason Schwartzman, che decidono di fare un viaggio nell’India “fumettistica” per ritrovare la pace. Anche qui troviamo la metafora del viaggio come percorso di rivalsa e di ricerca introspettiva. 

 

I mondi di Wes Anderson come prigioni “perfette”

Per quanto gli scenari, in cui i personaggi dei suoi film di avventurano, possano essere colorati, sognanti e surreali, si rivelano rigidi e freddi in cui la simmetria diventa una prigione simbolica della libertà dei protagonisti. Anche l’ironia in cui solitamente viene narrata la storia è un’ironia amara in bocca a personaggi scontenti e illusi che riescono però a liberarsi ritrovando se stessi. 

In Moonrise Kingdom (2012) i due giovani protagonisti scappano da casa per una fuga d’amore giocando a “fare i grandi” con tutta la razionalità che appartiene al mondo degli adulti che, al contrario, non rivestono il loro ruolo. Nelle rigide simmetrie, si riflette l’ipocrisia del paradosso in cui i bambini devono recuperare la fantasia per crescere e gli adulti a rinunciare all’infantilismo per recuperare il proprio posto; in mondo al rovescio e paradossale la libertà sta proprio nel ritornare alla normalità. 

Grand Budapest Hotel (2014) è la cornice perfetta dell’apice più alto della sua carriera. Il film fatto di tanti personaggi ben caratterizzati è ricco di flashback che rimandano a piccoli ritagli di vita delle tante persone che girano intorno al Gran Budapest Hotel. Ogni “pezzo” di vita è narrato con il proprio ritmo e inquadratura ed è proprio questo gioco di costruzione delle varie scene che rende il film forse il più rigido e artificioso fatto fino ad ora, dove la forma è la cosa più importante. La potenza del film sta proprio nel realizzare questo mondo così finto e irreale e trasportalo con estremo realismo nella realtà dei personaggi, rendendo la narrazione surreale e al tempo stesso così veritiera. Un continuo scontro con la fantasia e la fredda realtà.

Gran budapest hotel

regista di animazione

Wes Anderson sceglie di realizzare un film indirizzato ad un pubblico principalmente adulto usando l’animazione. Fantastic Mr.Fox (2009) è un film d’animazione realizzato con la tecnica dello stop-motion che riesce nel suo intento, non stona con la sua visione ma si adatta perfettamente alle corde del regista, un esperimento ben riuscito e che ripeterà con L’isola dei cani uscito nel 2018, in cui riprende la tecnica in stop-motion che si rivela essere una grande alleata per la creatività del regista e gli permette di spaziare nella fantasia avvicinandosi al mondo giapponese con le sue linee pulite e geometriche che calzano a pennello con lo stile del regista.

In Fantastic Mr. Fox la commedia ritrova nell’animazione il gusto dell’artigianalità, della manualità di un prodotto ben riuscito che prende forza proprio nella tecnica in cui è stato realizzato. I temi cari ad Anderson non si mascherano più sotto una patinata scenografia curata nei dettagli fino allo sfinimento ma ritrovano una rinnovata libertà in un mondo, come quello dell’animazione, che è già fantastico di per sé e che non ha bisogno di altri espedienti per narrare la storia.

l'isola dei cani

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