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Soul: l’anima animata – la recensione – Cinema a Parte

Nuova recensione di Soul, il nuovo film targato Disney Pixar e diretto da Pete Docter: un vero capolavoro nel significato della vita.

Lo so cosa state pensando, che di questo film se n’è parlato già troppo, che non ne potete più di trovarvelo davanti tra pubblicità e recensioni, e che da me questo mese vi aspettavate qualcosa di più ricercato, particolare. Beh vi capisco, ma dai solo per questa volta lasciatemi essere più “mainstream”. Anche perché il film in questione solleva diverse tematiche e riflessioni che meritano di essere approfondite.

soul

Sorvolo sulla trama perché si rischia facilmente di cadere nello spoiler. Infatti i colpi di scena e i cambi improvvisi di direzione della storia sono diversi e inaspettati, ma mai banali (seppure in alcuni punti sembri così).

Parto quindi dai due personaggi protagonisti: Joe Gardner e 22. Due opposti, ovviamente, che trovano crescita reciproca dal loro incontro/scontro. Joe ha un solo scopo nella vita, quello di suonare jazz a tutti i costi. 22, invece, non ha uno scopo e non ha neanche una vita. In senso letterale. Si tratta infatti di un’anima che rifiuta la vita e i limiti imposti dal corpo e dal mondo. Il primo credo sia costruito veramente bene, dall’aspetto fisico al comportamento, che lascia trapelare in più occasioni una sorta di arroganza e di prepotenza nonostante sia profondamente buono. Queste leggere “oscillazioni” sono date proprio dalla sua irrefrenabile passione, la musica, che al suo estremo trova purtroppo l’ossessione (come per molti). La personalità di 22 invece è in costruzione, alla ricerca di un qualcosa che la renda completa, che saranno l’esperienza e la vita stessa.

Guardare la vita da un punto di vista esterno

È interessante infatti il gioco che si crea nella parte centrale del film, in cui Joe riesce a vedere la realtà della sua vita solo uscendone fuori e osservandola da un punto di vista esterno, mentre 22 al contrario proprio immergendosi nella soggettività per la prima volta scopre ciò che le è sempre mancato: vivere.

Si apre quindi quella che è senza dubbio la questione principale del film e le domande che vuole porre: esiste uno scopo nella vita? È più importante semplicemente vivere o seguire il proprio sogno? E per cosa vale la pena davvero vivere?

Certo non sono domande a cui è facile dare una risposta senza scivolare nella filosofia, e che di certo non ci aspetteremmo di avere da un “cartone animato”. E invece i nostri protagonisti arrivano a fornircele senza mai porsi le domande apertamente. E il bello è che ci arrivano senza tante parole ma senza per questo semplificandole o banalizzandole. Ce lo mostrano con le immagini e con la musica, com’è giusto che il cinema faccia.

La morte come filo conduttore

Capirete, quindi, che date queste premesse è facile giungere all’ovvia sentenza che chiunque ha visto il film ha detto o pensato appena apparsi i titoli di coda: “non è per bambini!”. Beh forse sì, anche se tendiamo spesso a sottovalutarli, ma credo che Soul riesca comunque a lasciargli qualcosa. È già comunque molto coraggioso portare sotto questa forma ironica e “leggera” temi delicati come quelli sopra descritti che hanno come filo conduttore uno dei più grandi tabù dell’Occidente (soprattutto per i piccoli): la morte e il suo stretto rapporto con la vita stessa. Un discorso che era stato già aperto con altrettanta intelligenza precedentemente dalla Pixar stessa con Coco (2017).

E poi anche se magari i piccoli non potranno capirlo fino in fondo (perchè proprio come 22 stanno ancora facendo le prime esperienze in questo mondo, e quindi in un certo senso lo stanno vivendo!) dov’è il problema? Le situazioni comiche e i personaggi restano comunque godibilissimi anche per loro, proprio come in Inside Out (2015). E in questo modo la Pixar riesce anche a spodestare la concezione tutta “nostra” che i cartoni animati siano solo per i bambini. Nostra in senso ancora di Occidente, anche se buona parte della nostra generazione fortunatamente ha già avuto modo di superarla.

Concludo restando proprio sul discorso generazionale, senza dilungarmi su tanti altri aspetti che meriterebbero senz’altro di essere approfonditi (colonna sonora e ambientazioni in primis) perché potrete (o avete già avuto modo di) gustarvele al meglio voi stessi.

Mi piace pensare infatti che questo film sia molto più sentito per noi nati negli anni ’80 e ’90 (anche se generalmente odio categorizzare le persone basandomi su dati anagrafici). Questo perché siamo stati bombardati sin da piccoli col mito del “puoi diventare famoso e fare tutto ciò che vuoi se ci credi”. Gli esempi sarebbero a centinaia guardando gran parte dei film, serie tv e cartoni animati con cui siamo cresciuti. Anche la Mediaset ha avuto le sue colpe, portando alla ribalta sempre più gente senza nessun vero talento e abbassando così gli “standard” (su questo tema vi stra-consiglio il documentario intitolato Videocracy – Basta Apparire, di cui magari parleremo prossimamente).  Tutto ciò ha portato, oggi, a ritrovarci migliaia di persone egocentriche, ossessionate dal desiderio di fama. Probabilmente altrettante persone sono invece depresse per non esser mai riuscite a realizzare questo desiderio. Ecco, questo film riesce a far capire (finalmente!) che persino le più grandi passioni o sogni sono niente se paragonati alla grandezza e alla bellezza che la vita stessa può offrirci, e che spesso le cose più straordinarie sono proprio quelle che oggi tendiamo a dare per scontate.

Hitchcock diceva che il cinema è la vita ma con le scene noiose tagliate. Pasolini invece sosteneva che “La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi” (se volete approfondire leggete Empirismo Eretico). Ecco, in Soul troviamo anche questo.

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Nicola Iannibelli

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