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Outsiders: la storia di Maya Deren

Il mito rappresenta i fatti della mente resi manifesti in una finzione veritiera.

Maya Deren è stata una delle più innovative registe d’avanguardia, motore del cinema sperimentale negli Stati Uniti. Si identificò e lavoro anche come coreografa e ballerina. Si autodefinì come una persona “forsennata”, o comunque fuori dagli schemi, in quando si impegnava in film con un budget corrispondente “alla voce rossetto”  delle produzioni di Hollywood.

Arte, psicologia, politica e danza

Maya, il cui vero nome era Eleonòra Derenkovskaja, nacque a Kiev il 29 aprile 1917, pochi mesi prima dello scoppio della Rivoluzione d’Ottobre.  La sua è una famiglia benestante e di cultura: suo padre è uno psichiatra allievo di Ivan Pavlov . L’influneza che ebbe la famiglia, e in particolar modo il padre, su di lei, è evidente in molte delle allusioni psicoanalitiche che trasmettono le sue opere / film / performance . Fu le stessa a definirsi una riflessione della mente paterna.

Per paura delle persecuzioni antisemite, la famiglia si trasferisce, nel 1922, negli Stati Uniti, a Syracuse, nello stato di New York. Cambiarono anche il cognome in Daren e sei anni dopo, Eleonòra ottiene la cittadinanza americana. Nel 1930 si trasferisce in Svizzera, a Ginevra, per studiare presso la Scuola Internazionale della Società delle Nazioni. 

Tre anni dopo, nel 1933, torna negli States per concentrarsi sugli studi di giornalismo presso la Syracuse University. In quel periodo so unisce alla Lega dei giovani socialisti. Ed qui, in ambito studentesco che conosce e sposa il sui primo marito, Gregory Bardacke. Aveva soli 18 anni. Dopo esserci sposati, si trasferiscono a New York, dove si espongono per la causa socialista. Ma la passione politica non basterà a legarli, infatti poco dopo, lei lascerà Gregory.

Nel 1939 ottiene il divorzio e il master in letteratura inglese allo Smith Collage con tesi “influenza della scuola simbolista francese sulla poesia angloamericana. E’ in questo periodo che inizia i suoi primi esperimenti visivi attraverso la fotografia, in quanto assistente editoriale e fotografa freelance. 

Nel 1941 scrive un libro per bambini dedicato alla danza. Presentando il sui libro alla ballerina e antropologa afroamericana Katherine Dunham, la convince e ottiene un lavoro come assistente e come ballerina nella sua compagnia teatrale.

La scoperta e la passione per il cinema

Durante il tour statunitense, la Dunham Dance Company, si ferma per una sosta a Los Angeles per lavorare ad Hollywood. Qui Maya Deren incontra Alexander Hackenschmied, fotografo e cameramen di origine ceca approdato negli States per sfuggire al nazismo. Alexander fa scoprire a Eleonòra il mondo del cinema e se ne innamora totalmente. Sia del cinema che di Alexander, che sposerà nel 1942. Successivamente, dopo che il padre cambio il cognome, Eleonòra decise di cambiare anche il proprio nome in Maya, come il nomignolo che le diede Alexander. Ma anche come la madre di Buddha.

Dopo la morte del padre, con l’eredità ottenuta, compra la sua prima cinepresa reflex. Ed è così che nel 1943, collaborando con Alexander Hammid ( Hackenscmied, cambierà infatti il cognome), a Los Angeles, gira il suo film più famoso, Mashes of the Afternoon, ovvero Reti del Pomeriggio. Di impronta surrealista e visionaria, il film è un mix di Luis Bunuel e Dziga Vertov. Viene montato senza sonoro, ed è subito classicato subito come un lavoro rivoluzionario e di rottura. Una pellicola suggestiva, misteriosa e straniante, tra sogno e flusso di coscenza, con un montaggio sbalorditivo per novità e incisività.

Torna poi a New York, Maya frequenta assiduamente i circoli intelletuali del Village, frequentatati anche da Andrè Breton, John Cage, Anais Nin e Marcel Duchamp. Con Marcel, girò anche un cortometraggio, però mai terminato.

Negli anni successivi, Maya continua con i suoi film sperimentali. Realizza, nell’estate del 1944, At Land, con la fotografia di Hella Hamon e Alexander Hammid. L’anno dopo invece, gira A Study in Choreography  for Camera. Nel 1946 esce un altro capolavoro, Ritual in Transfigured Time. Invece intorno al 1948/1949, esce Meditation of Violence

Dopo tutti questi film, riesce ad affermarsi come filmmaker di successo, e nel 1946 le viene assegnato e vince il prestigioso premio della Guggenheim Foundation per la sezione cinematografia artistica. Il film Meshes of the Afternoon vince a Cannes il Gran Prix per film spermentali. Fu la prima volta che venne assegnato agli Stati Uniti e a una donna. 

Per indagare più affondo sul rapporto tra danza, mente e possessione, si avvicina alla cultura voodoo, insieme all’amica Katherine Dunham. Scrisse anche un libro, in collaborazione con Joseph CampbellDivine Horsemen: the Living Gods of Haiti, che ancora oggi è considerato tra i meglio documentati sull’argomento. Si trasferisce cosi ad Haiti tra il 1947 e il 1954, anno in cui elabora ed esce un suo altro lavoro : Voice of Haiti. A questo punto, il suo matrimonio però, arriva ad un punto di rottura.

Maya Deren è un vulcano, un esplosione, non si ferma mai, lavora ininterrottamente. Nel 1955 arriva, purtroppo, il suo ultimo lavoro: The Very Eye of Night, in cui l’autrice fa coincidere e mette in evidenza le sue convinzioni estetiche. Questo film fu segnato molti tormenti e grosse difficoltà produttive. Ci vollero 3 anni di lavorazione, infatti, Maya decide di adoperare elementi innovati: la divisione dello schermo in due sezioni (soluzione che poi che poi decisero di adottare anche Andy Warhol e Quentin Tarantino), utilizzando, inoltre, il commento sulla musica elettronica del compositore giapponese Teiji Ito. Con Ito, Maya inizia una relazione molto intima e di connessione mentale: si sposano nel 1960.

La Deren morì nel 1961 a seguito di un’emorragia cerebrale, Itō era al suo capezzale. Si suppone che la causa principale della sua morte prematura sia stata l’aggravarsi dello stato di debilitazione in cui si trovava. Pare infatti che a causa delle privazioni economiche e delle difficoltà incontrate nella produzione dei suoi film, la Deren versasse in una grave condizione di denutrizione e di prostrazione psicologica. Condizione aggravata dall’eccentrico comportamento della regista, in gran parte frutto delle sue credenze legate al Vudù, e dai cocktail di psicofarmaci e amfetamine di cui era diventata dipendente.

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