MAURO PINNA
art magazine,  storie di vita

Mauro Pinna – la fotografia del mondo oscuro e follia

Abbiamo avuto il piacere, e anche la fortuna, di entrare a contatto con la fotografia e l’arte di un “narratore” che esprime se stesso attraverso il racconto di storie e immagini, mondi nascosti da luci e ombre, abitati da mostri e follie. Mauro Pinna, di origini sarde, classe ‘91, è un artista emergente, che attraverso la macchina fotografica cattura e analizza il mondo oscuro ed interiore dei suoi soggetti, partendo però da un percorso personale in cui ha cercato di esorcizzare e tirar fuori il proprio mondo decadente ed oscuro.

La figura del mostro. Una figura che è presente in ognuno di noi.

 Anzi, per meglio definire, è attraverso il processo di analisi dei soggetti da lui ritratti, che è riuscito a tirar fuori il suo mondo nascosto e decadente, abitato dal “mostro”. Infatti la maggior parte delle sue opere sono autoritratti, o meglio, “autoanalisi”, che lo hanno aiutato a far uscire la creatura famelica, la follia latente, l’istinto dell’uomo. Questo è ciò che Mauro Pinna definisce “mostro”. Il mostro è ciò che è dentro di noi; Noi non siamo altro che la gabbia che tiene prigioniero il mostro.

Una passione proveniente non solo dal mondo del cinema.

L’opera di Mauro è ispirata da artisti come il regista David Cronenberg e lo sceneggiatore Brian Yuzna. Personaggi provenienti dal mondo del cinema ed entrambi di natura horror, esplorano la paura e il terrore della trasformazione del corpo umano, intrecciando la psicologia della storia narrata con l’ambiente circostante. Possiamo trovare elementi caratteristici dell’opera di Mauro Pinna anche in Robert Louis Stevenson, ne “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr. Hyde“: l’istinto umano mosso pulsioni irrazionali racchiuso, anzi, convivente, nella natura “buona” e logica definita dalla società.

La fotografia che documenta ed esorcizza.

Ed ecco il “perché” più profondo del suo operato artistico: attraverso la fotografia documenta, esorcizza e fa uscire allo scoperto, la carne, il mostro, l’ombra che convivono, combattono e si abbracciano, in una continua interiore lotta danzante.

Ma ci sono delle curiosità che nascono spontanee: ecco a voi una un'intervista con Mauro Pinna!

Noi di pArte, personalmente pensiamo che chiunque abbia a che fare con l’arte, abbia avuto un risvolto, un episodio o un percorso nella vita che lo portato ad avvicinarsi ad essa. Raccontaci un po’ di te, qual’è quella parte della tua storia personale che ti ha portato ad avvicinarti al mondo dell’arte , ed in particolare a quello della fotografia?

Ho sempre avuto, che io ricordi, una forte propensione artistica. Non ricordo particolari momenti che mi abbiano fatto avvicinare a quel mondo, al mondo della creazione artistica. Ogni mia scelta, ogni momento vissuto, quasi ogni azione da me compiuta fino ad oggi è stata per me percorso artistico. Ho ancora vividi i momenti della scuola materna e di come attraverso la plastilina plasmavo dinosauri (che per me erano nient’altro che mostri) per creare storie per gli altri bambini e affascinarli.

Quindi si, in tutta sincerità il vero momento che  mi ha avvicinato al mondo dell’arte è stata la mia nascita, e il distacco da quel mondo sarà la mia morte. La scoperta della fotografia è stata quasi casuale, la mia ossessione verso tale strumento (perché ne sono ormai ossessionato) è nata poco prima degli eventi del covid 19, prima mi interessava la scultura, la pittura e l’illustrazione, ma con la fotografia è stato un vero colpo di fulmine, non solo per la velocità con cui si può lavorare e produrre, ma anche per la sua versatilità e per la sua potenza illustrativa, che a parer mio è tra le più funzionali nel mondo contemporaneo.

In sostanza la fotografia riesce a darmi più velocità nella produzione e  rende più forte e reale la raffigurazione del concetto che voglio esprimere.

Dopo averti conosciuto, anche se solo attraverso una chat di instagram, da ciò che ci hai raccontato, è emersa la tua consapevolezza dell’esistenza del “mostro”. Come mai senti così “presente” la sua presenza? E come mai senti questa forte necessità di analizzarla e “catturarla”?

Come ho fatto presente prima, sono sempre stato attirato dal mostro, fin dalla tenera età. Gli elementi che hanno sviluppato in me tale fascino verso “la creatura” sono indubbiamente tanti e diversi. Per prima cosa sono nato negli anni novanta e anche se può sembrare sciocco o irrilevante, tutti noi del novanta siamo cresciuti con l’influenza del mostro, con eroi mostrificati e con i villain che tali eroi combattevano ( in linea generale incarnavano lo stereotipo del mad doctor).

Ovviamente da bambino ero affascinato più dall’estetica del mostro che dal mostro come concetto più maturo, che è perfettamente in linea con l’idea di Teo Mora descritta nel saggio “Storia del cinema dell’orrore” o possiamo trovare dei buoni spunti anche nel saggio “Storia della bruttezza di Umberto Eco. In sostanza il concetto sull’identità del mostro è maturata dentro di me nello stesso modo in cui è maturata o mutata nella storia dell’uomo. Dal medioevo (ma anche parecchio tempo prima) fino ai primi del settecento circa, l’idea del mostro era quella della creatura fisicamente deforme, che era legata ancora al mondo del soprannaturale (la strega, il lupo mannaro,il vampiro, la sirena, la chimera, il fantasma ecc ecc), quindi creature esteticamente deformi la cui natura era ultraterrena.

 Questa visione del mostro è perfettamente in linea con la MIA visione infantile del mostro, cioè la creatura esteticamente deforme, che è bestia, deforme o non conforme esteticamente. Dal 1700 in poi, con la nascita dell’illuminismo e poi l’avvento delle varie rivoluzioni industriali fino ad arrivare alla psicoanalisi e oltre, il concetto del mostro e la sua identità muta notevolmente. Le credenze popolari cominciano man mano a vacillare davanti al razionale, e l’idea del mostro cambia, soprattutto negli ambienti urbanizzati e “civilizzati”. Si comincia a non credere più al vampiro, al lupo mannaro o al fantasma, ma il “mostro” diventa il non conforme, non più esteticamente ma socialmente.

Quindi il mostro passa da avere una natura fisica deforme, ad avere una mente deforme (il pazzo, lo psicopatico, il killer seriale, il narcisista, il misogino ecc ecc). Il mostro diventa una condizione interiore, e spaventa ben di più poiché non solo è un mostro reale, razionale, ma è un mostro che può confondersi tra la folla. Questo è perfettamente in linea con la mia idea di mostro più matura,  sviluppata con lo studio, maturata con gli anni dopo l’adolescenza fino ad ora. Per concludere sento una forte affinità con il mostro per due motivi; il primo è che sicuramente viviamo in un’epoca dove quello che chiamo il “mostro maturo” è sempre più presente, io stesso certe volte mi sento tale (non sono sicuramente uno psicopatico, ne un killer seriale), ma mi sono sentito e mi sento certe volte un socialmente escluso, un non idoneo e un disadattato, un arrabbiato.

L’altro aspetto non la chiamerei un’affinità ma è più un senso di invidia per il “mostro infantile”. Il mostro deforme esteticamente ha sempre avuto per me (anche se nel male) una grandissima dignità; il mostro non ha mai rinnegato le sue pustole, le sue piaghe e i suoi artigli e squame, anzi, ha sempre accettato di buon grado la sua natura, conoscendo fin da subito il suo ruolo senza vergognarsene ne pentirsi di ciò che è, aspetto che molto spesso, manca tra gli esseri umani.

Gli artisti ai quali ti ispiri sono entrambi provenienti dal mondo del cinema, che come ci hai raccontato, è una tua grande passione. Qual’è l’aspetto del cinema che ha fatto scattare in te la voglia di fare arte? E perché ti senti così legato al cinema, (soprattutto per quanto riguarda il mondo del body-horror)?

Devo precisare che sono moltissimi gli artisti che per me sono maestri e che sicuramente mi hanno ispirato e continuano a farlo, a partire da pittori come Egon Schiele, Otto Dix, Francis Bacon, H.R. Giger, Zdzislaw Beksinski, performer artist come moltissimi dell’Azionismo Viennese o artisti del calibro di Olivier de Sagazan, per poi passare a fotografi come Man Ray, Diane Arbus con i suoi Freaks, Joel Peter Witkin, Roger Ballen, ma anche i componenti della VIVO  o il grandissimo Nobuyoshi Araki. Ma al di là di tutti questi maestri citati, sento più vicino a me il cinema perché, per prima cosa, mi ha accompagnato da quando ero piccolo (basti pensare che il primo film che io vidi fu “Natural born Killers” in italia conosciuto come “Assassini nati” all’età di soli  5 anni, qualche anno più tardi toccò al capolavoro indiscusso “Arancia meccanica” di Kubrick).

In secondo luogo perché non solo il cinema ha una totale affinità con la fotografia, che, senza di essa non potrebbe esistere, ma anche perché il cinema è la forma artistica più completa  di tutte. Dentro un film possiamo trovare pittura, scultura, fotografia, musica, danza, teatro. Possiamo ben dire che il cinema è la fusione di tutti i tipi di arte esistenti, ed è la forma artistica (a parer mio) più efficace, che riesce  a trasportare il pubblico realmente all’interno di storie; con la narrazione attraverso immagini in movimento, attraverso l’emulazione artificiale della realtà o alla fedele ricostruzione artificiale di una fantasia.

 Non nego che vedo la fotografia, nel mio percorso artistico, solo come il primo passo che poi mi porterà, sicuramente, a creare video, a creare cinema. Detto ciò, sento molta affinità con David Cronenberg o con Yuzna (ma anche con Clive Barker, John Carpenter, George A. Romero o un giovanissimo Robert Eggers) perchè riescono a portare l’horror ad un livello più interiore, più fisico, più sociale, riescono a creare il “mostro maturo”.

Abbiamo dedotto che per te fare arte significa analizzare il mondo esterno attraverso se stessi. O meglio, attraverso la parte più interiore, intima e irrazionale che c’è in ognuno di noi. Ma come mai questa dualità?

Mi sento vicino a quel concetto poiché non solo è una condizione che sento forte nella mia persona, ma è una condizione estremamente universale, facilmente riscontrabile in ogni individuo umano. Il dualismo di cui parlo è appunto la lotta continua interiore della bestia istintiva e irrazionale; quindi ciò che una persona impulsivamente vorrebbe fare, sente di fare, al di là o a discapito anche degli altri (un esempio potrebbe essere il desiderio di sferrare uno schiaffo ad una persona che si sta impegnando ad infastidirci, o la semplice sensazione di invidia, o il naturale istinto di autoconservazione che ci porterebbe a scappare lasciando gli altri indietro davanti ad un pericolo per la nostra vita) che si oppone al lato razionale, a ciò che è ponderato, a ciò che è logicamente buono e giusto, a ciò che è morale

L’esempio più personale che posso fare per farvi comprendere quello che dico è questo; io adoro il sapore della carne, per quello che mi ricordo l’agnello arrosto era tra i miei cibi preferiti, eppure sono vegano da circa 12 anni. Quindi in me riconosco che da una parte il mio lato più bestiale e più irrazionale mi fa pensare alla carne come cibo succulento, ma razionalmente riconosco che è un dolore inferto a delle creature a cui io posso fare a meno. Questo ovviamente si estende ad ad ogni aspetto morale (razionale e sociale)  e ad ogni aspetto immorale (irrazionale e antisociale) dell’essere umano.

Come mai senti così vicino a te questo rapporto interno / esterno ?

In parole povere cerco solo di descrivere come Mauro (e più avanti si spera di poterlo fare con altri individui) si rapporta con il suo dualismo, di spogliarmi totalmente mostrando i miei lati morali e i miei lati immorali attraverso rappresentazioni oscure e poetiche, dove diviene mostro ciò che non è, e dove diviene bello ciò che è mostruoso. Per quanto riguarda il rapporto interno/ esterno non c’è bisogno di dire che è una condizione necessaria per ogni artista, mi pare scontato; le opere d’arte non sono forse un’ illustrazione di ciò che l’artista prova? La propensione artistica non è forse sempre stata un’esigenza viscerale dell’artista di sputare all’esterno ciò che all’interno scalciava con forza?

Mi avvicinai alla verità, la cui parziale scoperta doveva portarmi a un così spaventoso naufragio: che l’uomo non è in verità uno ma duplice.

-Rovert Louis Stevenson, “Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr. Hyde

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