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La chiamata di Dj Fastcut, la risposta dei Dead Poets

VERONICA BENANTI

“Se ci tieni a mantenere vivi i valori di questa cultura e mi assicuri che lo farai per sempre, no che te sputtanerai dopo du’ giorni, per me sei benvenuto tra noi”

In una scena in cui la moda generazionale si è confusa con la cultura Hip Hop, è nata l’urgenza di riunire una scena undergrond che ancora non demorde ma che è stata per anni occulta, perchè disgregata nel suo interno. I primi MC (oggi chiamati rapper) si sono “arresi” per lungo tempo dopo i primi successi e gli emergenti facevano fatica a farsi vedere.

“Sono cresciuto vedendo una scena rap sotto lo stesso groove, ora lo vedo con gli occhi di un bambino che ha visto i genitori divorziare, la cosa migliore da fare è ricreare una tua famiglia e far sì che questo non accada anche a te.”

Questi sono i motivi che hanno spinto Dj Fastcut alla chiamata più potente che la scena abbia mai visto dopo anni di silenzio. Nel 2016, dopo aver a lungo collaborato con gli americani, Fastcut da un’occhiata a casa sua e sotto consiglio del maestro Primo Brown, decide di chiamare a raccolta i migliori MC d’Italia.

Molti padri fondatori rispondono alla chiamata (come Turco, Danno, Supremo 73) ma anche numerosi emergenti (come Wiser king, Cui Prodest, Mattak), riuscendo a coinvolgere anche MC americani di grande calibro (Ras Kass, El Gant, Afu-Ra e Daddie Notch).

Nascono così i DEAD POETS, riuniti in due dischi corali (il primo vide convolti circa 30 MC il secondo il doppio). L’urgenza di una chiamata alle forze del genere nasce dalla necessità di recuperare quell’unità che ha sempre distinto questa cultura musicale.

l’Hip Hop, in Italia e non solo, aveva bisogno di svegliarsi da una morte apparente per dimostrare che il rap undergrond, quello vero, è ancora più vivo che mai. Quella che è stata considerata da molti la morte dell’Hip Hop, è stato solo un lungo letargo.

L'attimo fuggente

Dj Fastcut subisce nel corso della sua formazione artistica, una forte influenza cinematografica. Il progetto “Dead Poets” (come suggerisce anche il nome stesso del collettivo) è ispirato al film “Dead poets socety” (L’attimo fuggente in italiano) di cui sono state inserite nel primo disco parti di dialoghi del film.

Questo non a caso, le due sette hanno infatti un messaggio comune. Nel film il protagonista John Keating, insegnante di letteratura, incoraggia i suoi studenti alla ricerca personale, al perseguimento dei loro sogni, a non farsi condizionare dai preconcetti imposti da un sistema e a far valere le proprie idee.

Questo è ciò che emerge con forza dai Dead Poets, che con questo riferimento cinematografico riportano l’attenzione sulla cura della scrittura e l’importanza dei contenuti di un testo, valore che il sistema musicale ha spesso occultato.

D’altronde il peso delle parole è parte integrante del ruolo dell’MC fin dalle origini, considerando il contesto storico da cui nasce una cultura come quella dell’Hip Hop, che dava sfogo ai disagi di una minoranza sociale in forte sofferenza in quegli anni. Con delle radici culturali di questo genere gli MC, almeno quelli veri, non possono permettersi di tralasciare determinati concetti a favore del mercato.

Ecco perché il progetto “Dead Poets” ha sentito l’urgenza di smentire l’affermazione comune “l’Hip Hop è morto” per quanto il nome stesso del collettivo possa sembrare un controsenso. Certo sicuramente l’underground sta sgomitando, ma incassa bene i colpi e questo soprattutto perché si stanno unendo le forze.

Nell'anno del Signore

Nel secondo disco corale dei Dead Poets c’è un altro importante riferimento cinematografico. Dj Fastcut guardando il film “Nell’anno del signore” notò infatti delle forti assonanze tra la setta dei poeti estinti e la setta carbonara.

Come alla setta carbonara possono far parte persone di classi sociali diverse, anche tra i Dead Poets ci può essere il più giovane degli emergenti insieme al più spesso degli MC.

Ma soprattutto ciò che unisce le due sette, anche in questo caso, è la lotta per un ideale comune e il coraggio di proteggere degli ideali minacciati. Entrambi sono ordini che operano nell’ombra ed entrambi vogliono dar voce a chi spesso voce non ha.

“I carbonari complottavano contro lo stato pontificio e le sue oppressioni, noi lottiamo contro chi di questo rap ne sta facendo un mezzo di guadagno con dei prodotti lanciati sul mercato di massa, qualitativamente a dir poco discutibili e privi di qualsiasi significato. Il tutto fatto fregandosene e dimenticando totalmente che il rap è un mezzo di comunicazione. Se combattessimo solo un decimo di quello che hanno combattuto i carbonari probabilmente la scena non sarebbe cosi contaminata di schifezze.”

Questo tipo di cinema si sposa bene con la causa dei Dead Poets, soprattutto per le tematiche affrontate e per la presa di posizione che ne consegue. Spesso infatti nel progetto “Dead Poets”, come nell’Hip Hop in generale, si affrontano forti tematiche politiche, con un fare anche piuttosto irruento ma necessario nell’ottica di come è stato partorito l’Hip Hop, ovvero anche come strumento di protesta, oltre che di divertimento.

Per di più sembra quasi che l’urgenza di proteggerre l’undergraund e quella di mostrare nei dischi uno schieramento politico forte (vedesi “odia gli indifferenti”) si siano in qualche modo allineate andando a prevalere tra i concetti fondamentali della setta. D’altronde questa cultura non permette giri di parole e pretende che ognuno abbia una posizione chiara in merito.

Il 10 maggio 2019 i Dead Poets si esibiscono all’ Università la Sapienza di Roma. Come spesso accade ai loro live l’evento si presenta non solo come un momento di festa, ma anche come un momento per condividere idee politiche e sociali importanti.

Qualche giorno dopo esce su “Il Messaggero” un articolo diffamatorio contro l’evento e coloro che lo hanno organizzato. L’evento viene definito un rave clandestino a cui vengono associati i luoghi comuni più classici.

La presa di parte è chiaramente fatta a priori, scagliandosi, per motivi chiaramente politici contro un evento che al di la’ della posizione politica, voleva essere un momento di festa, condivisione musicale ed informazione.

Ma “la setta nun se placa”: circa due mesi dopo la risposta, DISS IN FORMAZIONE, una traccia di 9 minuti e 36 secondi in cui 25 MC proteggono la compagnia. Forse uno dei dissing più potenti, ma soprattutto più utili della storia del Rap italiano. Con questa risposta i Dead Poets si confermano per quello che sono, allontanandosi dai cliché dei rapper che si dissano sui social scagliandosi, senza un reale motivo, l’uno contro l’altro.

Non siamo in America, non ci dissiamo per ammazzarci a vicenda e certo non è nemmeno questo il vero valore del dissing. DISS IN FORMAZIONE ne è l’esempio perfetto, soprattutto perché a discapito dei rapper che si mettono l’uno contro l’altro, l’unità di questa setta ha fatto in modo che la vittima del dissing in questione sia finalmente quella giusta.

Forse non è mai successo che un gruppo di rapper si unissero in questo modo contro una testata giornalistica di questo calibro, almeno non in Italia. Questo ci deve far riflettere, perché è la dimostrazione che nell’unità dell’oldschool siamo tutti più forti, che se si vuole far parte di questa scena, lo si è fino all’ultimo.

“Qualcuno ha detto de no, io al gioco tuo non ce sto e infatti in televisione non c’è più andato. […] Altra gente invece ha detto io me so rotto il cazzo de puzza de centro sociale, voglio fa i soldi, dimme che devo canta […] il problema è nato là e nel frattempo che altri se divertivano a sputtana il rap, quelli che veramente lo facevano che cazzo stavano a fà? Do stavate?  […] semo stati fermi troppi anni e mo se stamo a fà un mazzo tanto per risollevà sta cosa e tra l’altro combattiamo co gente che dice che il rap è morto.”

I poeti estinti non sono estinti, ma perché allora questa attribuzione sembra così perfettamente calzante? Gli stessi Dead Poets portano questo nome con fierezza, sebbene possa apparentemente assecondare l’opinione comune che “l’Hip Hop è morto”.

Ma questa è una morte apparenta e la fierezza di questo nome deriva dal fatto che questa setta difende le origini con grande orgoglio e ci riconduce all’old school intoccabile ed incontaminabile, non per questioni tradizionalistiche o per parti prese, ma perché è innegabile che il letargo che ha subito questa cultura negli anni è il frutto di una mentalità generazionale, che sebbene abbia fatto passi da gigante su certi aspetti, è stata educata al trash e al consumismo becero di una musica che si ascolta senza percepire o meno un’appartenenza reale rispetto al suo messaggio, perché i messaggi stessi di tale musica si sono svuotati.

Si combatte con il meistream e con la trap uscita male, perché questo mondo è dei falsi e dei soldi, non dei veri e dei poveracci. Sicuramente l’Hip Hop è fiorito in un contesto in cui la verità si cercava disperatamente e oggi ce ne siamo, per la maggior parte, dimenticati.

Ma l’Hip Hop di certo non è morto, magari ha qualche acciacco e cammina con il bastone, però, finchè ci saranno in giro per il mondo dei poeti estinti pronti ad armarsi, l’Hip Hop vivrà.

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