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IPOCONDRIA – Versi in Prosa

Versi in Prosa

IPOCONDRIA

ipocondria

E’ con l’ipocondria delle nuvole, che ho iniziato la cura. Ho bevuto, tutte le mattine, un po’ di aceto di male mischiato ad un apatia effervescente, così che la vita mi facesse male. Poi la sera a cena mi è stato prescritto valium e ricordi, prima e dopo cena. Il medico dice che serve per mantenere mente e corpo lucidi, lontano dagli affanni riposti nelle vene e sigillati nel cuore. Dice anche, il mio medico, che il trapasso successivo, è prendere i fiocchi di felicità sotto pelle e nasconderli sotto terra, in fondo, fino alle viscere del cielo. Per il momento, però, tenerli lì, a un metro e pezzo dal cuore, la vicinanza potrebbe farmi volare via, e chissà dove vado a esplodere. Il rischio qui è che potrebbero esplodere tutti.

Il problema si accende nel pomeriggio, quando guardo, dalla finestra, la mente con l’interruttore spento. C’è anche un pezzo di coscienza riflessa sulla finestra della notte. E’ dal dopo pranzo, che lo stomaco inizia a digerire quella pasta di saggezza, che mio fratello ha sempre saputo fare meglio di me; gli ingredienti che usa sono gli stessi che uso io: calo 200gr di casa, un par di anni adolescenziali, pazienza quanto basta, aspetto 23/24 anni che l’acqua bolle, scolo e si aggiunge il sugo. Per il sugo però gli metto una variante: denti stretti, pugni chiusi e vetri spaccati (grossolanamente), pero, sotto consiglio suo, aggiungo sempre un po’ di sguardo. Lui lo usa per guardare altrove, però io questo posto non so dov’è. Lo cerco sempre. Lui dice che dovrei andarci senza trucco e mettendo un po’ di consapevolezza in tasca, che non si sa mai. Dice anche che dovrei aspettare. In fila sono tanti però; scappano tutti scivolando dalla montagna di sapone e lavandosene le mani. Dice anche che lo sporco aiuta a farsi gli anticorpi, ma io sono batterofobica.

Dicevo della digestione, quando arriva ho paura, tutto questo non lo digerisco, ma seguo il buonsenso del medico, non sentirò più niente. Questa ipocondria non mi tiene in piedi la notte, striscio da una discoteca all’altra, affogando le fondamenta nell’alcol e inghiottendo pillole di cazzate, ballo e mi sballo. Continuo con la mia tossicodipendenza della folla. In quella, l’ipocondria non c’entra.
Ma il problema è quando mi alzo la mattina, a tarda vita e comincio a scurirmi. Di notte si vede la luce, ma come faccio il giorno, a fari spenti? I lampioni si mischiano e io sono anche miope, non vedo i segnali. Chi è che gira a destra e chi a sinistra? E tanti non mettono la freccia. Ma chi lo vuole imboccare il vialetto di casa mia? Certe volte non sento il citofono, altre volte non faccio in tempo ad aprire. Alcune volte è il postino, che porta multe per eccesso di paura e anche per divieto di vita. Ci sono posti dove non si può vivere. Mio padre, melo dice sempre, “non puoi vivere dappertutto!”. Ma spesso sto di fretta e devo vivere di corsa. Il semaforo all’angolo del cuore si fa rosso subito, allora corro per prendere la scia verde, ma tac, multa per non essersi fermati al cuore. L’agenzia delle entrate mi ha riempito di interessi, ma si sa, la quotidianità ci insegna la filosofia del “vabbè dai, vivo dopo”, ed è così che non pago i miei errori.

Per mia madre sbaglio sempre, da quando mi sveglio la mattina, “rifai il letto!”, urla mentre faccio colazione, con il mio caffè, fette biscottate e marmellata alla lagna. Ma gli vorrei far capire che io nel mio disordine, tra lenzuola e cuscini, qualche indecisione buttata per terra vicino alle scarpe, la mia coscienza la ritrovo sempre. E non c’è bisogno di piegare tutti i vestiti, gli vorrei dire, perché siamo tutti a nudo di fronte all’ipocondria.

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