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I giochi di parole non sono un gioco

giochi parole

I giochi di parole non sono un gioco. Tramite esso, si può arrivare a scoprire del nuovo, uscendo fuori dalla convenzione e dagli schemi che la società impone come essere giusti o sbagliati.

I giochi di parole non sono giochi, ed è nella relazione tra la parola ed il gioco che si creano immagini nuove, portando i limiti altrove, trovando nuovi spazi e nuove forme , diverse da quel che erano all’origine. Giocando con le lettere e con il linguaggio comune, e analizzando realmente il significato di ogni parola “presa in gioco”, da dove parte e a dove porta, esiste allora un procedere retrocedendo all’infanzia. E’ adottando giochi creativi, come nella fase infantile, che l’immaginazione non subirà l’influenza sociale della convenzione.

l’ho deciso io?

Quando sono nella fase infantile infatti, i bambini, creano un mondo nuovo perché ancora non sanno, non conoscono. In età adulta bisognerebbe procedere al contrario, cercando di espellere dalla propria vita schemi preregistrati che non abbiamo deciso.

La vera domanda che bisogna porsi è “mi piace perché l’ho deciso io? Perché realmente rientra in ciò che è in linea con me stesso, o perché è stato deciso da qualcun altro che ciò debba piacermi?”.

Questo meccanismo, si riflette di conseguenza nel linguaggio, nella gestualità, nel comportamento e nelle scelte degli adulti. “Scelgo di dire, di fare, di pensare, perché sono io a deciderlo, o è ciò che esiste intorno a me che lo ha deciso?”. Ed è solo quando decidiamo noi, con un io reale, vero, libero, che allora possiamo affermare di esistere.

Esistiamo realmente quando il vero io sceglie cosa, come, dove e quando, e perché esprimersi; non esistiamo più nel momento in cui ci si abbandona alla convenzione. Altro non sono che insicurezze e paure dettate dal desiderio di rispecchiarsi all’interno di una fetta fatta di fatti, dove la massa sociale impone ad ognuno di noi il bisogno di trovare il proprio posto nella società, aderendo ad una porzione di essa. Ed è questo il vero nemico della creatività, la paura che poi confluisce nell’abitudine. Ci si abitua a rimanere nella propria fetta, per paura di non sapere cosa esattamente rispecchiare e dove rispecchiarsi: queste sono le paure degli adulti, le cui radici vengono piantate nella fase infantile.

Paure infantili 

Nel mondo delle paure infantili, paure reali e paure immaginarie si mescolano e si sovrappongono. Queste paure producono immagini spaventose, chiamate in molte parti d’Italia “spauracchi”, che prendono caratteristiche soprattutto dai condizionamenti familiari e le interazioni sociali dei bambini. Man mano che crescono i bambini, cominciano a manifestare paura per le novità e per le cose sconosciute, incluse le persone. La proiezione verso l’esterno di immagini paurose del senso di pericolo provocato dagli istinti interiori, trasforma l’angoscia in paura, e appunto, in un immagine-spauracchio, quindi, più facilmente controllabile.

E’ affascinante, analizzare, come i bambini, raccontano le proprie paure:

“I temporali per me sono come dei mostri. Quando dormo pare che mi stiano legando al letto. L’immagino di pietra con dei vestiti neri”

           (Raffaello, 3a elementare, Milano)

“Immagino la morte che mi venga a prendere gli occhi”

           (Elisabetta, 3a elementare, Milano)

“Mi fanno paura i ladri perché di notte non riesco a dormire in pace perché ho un tormento come se una voce mi dice di scappare perché arrivano i ladri”

           (Laura, 4a elementare, Milano)

“Il topo senza denti lo immagino che mi mangia i denti”

          (Adriano, 5° elementare, Medesimo)

Si può notare, come la spontaneità nel narrare, crei, nel lettore/spettatore, un susseguirsi di immagini altrettanto ricche di immediatezza. Tutto ciò che un bambino memorizza, resterà nella sua memoria e formerà la sua personalità. Dipende anche da noi adulti passare ai bambini quei dati che li aiuteranno come continuare in tutta la fase della vita, a capire e a vivere con gli altri in modo creativo, mantenendo sempre quell’apertura innata, tipicamente infantile, verso la sperimentazione.

Parola e immagine

I più consistenti ambiti del comportamento che vengono influenzati e convenzionati sono il linguaggio, quindi la parola, e l’apparire della figura, quindi l’immagine. In ogni periodo storico, essi sono stati e sempre saranno soggetti all’influenza sociale. Ma soprattutto, nell’odierno, dove c’è questo strenuo bisogno di “catalogare” per appartenenza. Però, con la consapevolezza che una parola, un gesto e immagine possano non avere solo e unico significato, e giocando con essi, la scoperta del nuovo è solo che l’inizio. Ogni “nuovo” può creare a catena altro “nuovo”.

E’ il medesimo non-meccanismo, da dover adottare per portare avanti l’immagine, le parole e le gestualità ad un livello superiore, spezzando così una linea già scritta: usando la fantasia.

 «La fantasia è quella facoltà umana che permette di pensare a cose nuove non esistenti prima. La fantasia è libera di pensare a cose assolutamente inventate, nuove mai esistenti prima», dice Bruno Munari nel suo libro “Fantasia”.

 

I giochi di parole non sono un gioco

Alcune delle caratteristiche che potremmo, senza alcun dubbio, associare all’infanzia sono quelle dell’immaginazione e della fantasia: non è raro ascoltare bambini inventare storie spesso ricavate dalla realtà e arricchite dalla fantasia. La fantasia influenza la forma-mentis del bambino, se mostrassimo le cose del mondo ai bambini con modalità originali e diverse. Questo riveste una grande importanza nella mente del bambino e non solo.

Sono le medesime caratteristiche che sono stati in grado di non perdere, artisti che, che non la loro infantilità, hanno riportato alla luce spontaneità, verità, realtà e immaginazione, proprio come fanno i bambini.

(Dalla copertina del libro “I BABAU – un’inchiesta sugli spauracchi dei bambini)

(Dalla copertina del libro “I BABAU – un’inchiesta sugli spauracchi dei bambini)

(Bruno Munari, laboratori creativi per bambini)

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