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Federico Fellini – Tra sogno e realtà

Federico Fellini è stato uno dei più grandi artisti del campo italiano. Si dedicò alla sceneggiatura, al fumetto, alla recitazione e alla scrittura. Ma la sua vera linfa vitale è stata la regia: è considerato, infatti, uno dei maggiori registi della storia del cinema italiano. Definiva se stesso “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo“, lasciando opere ricche di satira e velate di una sottile malinconia, caratterizzate da uno stile onirico e visionario.

Immagini dell'infanzia

“Davanti a un innocente mi arrendo subito e mi giudico pesantemente. I bambini, gli animali, gli sguardi con cui ti fissano certi cani, l’estrema modestia, che certe volte ravviso nei desideri di gente umile, hanno il potere di turbarmi.”

E’ questo il punto di partenza di alcune ispirazioni fondamentali nel cinema di Fellini. E’ questo suo aspetto “infantile”, solo che, queste ispirazioni, queste intuizioni, questa fedeltà alle immagini dell’infanzia, cambiano nel corso della vita del regista. Come, d’altronde,  cambiano nel corso della vita di ognuno di noi. L’infanzia ci perseguita e in qualche modo ci definisce. 

Federico Fellini infatti segue e rimane affascinato dalla figura del diverso, del marginale, dello strano, del matto. Questo perchè grazie alla sua sensibilità, capisce e comprendere i motivi dell’agire di questi personaggi emarginati. E’ affascinato dalle forme dello spettacolo popolare, in particolar modo dal circo equestre. Lì, per Fellini, l’estremo, l’eccesso, il fenomeno, sono di casa. Si ispira infatti alla figura di Charlie Chaplin, caricatura di un personaggio tra l’angelico e il feroce.

[…] “Il circo” di Chaplin, Dickens, Pinocchio, senza tentare interpretazioni più sottili, che non mi appartengono. Questi sono stati i miei angeli custodi, le fonti delle mie aspirazioni”[…] .

Un mondo immaginario e fantastico

Ma l’infanzia e la fase adulta , non sono per Fellini, due cose distinte e separate. Infatti, anche il passaggio dall’infanzia alla maturità, è per Fellini, l’approdo a un altro tipo di infanzia. Un altro tipo di mondo immaginario e fantastico, non più quello del del circo, ma qualcosa di molto più intimo e profondo. 

Fellini sposta cosi il suo punto di vista, non aspettandosi più di ritrovare il suo mondo mangico nella realtà. Cambiando orizzonte, il regista, guarda queste cose non più come un mondo sconosciuto fuori di se, ma come un mondo dentro di se stesso. E rivendica questo salto fondamentale nella sua opera ““. Nel realizzare quest’opera, si ispirò e prese influenza da Ernst Bernhard, psicoanalista che fu allievo e collaboratore di Jung.

Fellini diceva che la lettura di Jung, soprattutto di Ricordi, sogni, riflessioni, è stata per lui fondamentale, insieme a quella del Pinocchio. A Jung rimanda anche la fascinazione per le figure del “diverso”, del marginale, del vagabondo, del senzatetto,  dei “mostri” del circo. Sono tutti degli input per la comprensione del misterioso e del nascosto, del primario e dell’essenziale. Anche questa fase è un’evoluzione e cambia nel corso degli anni.

Il rapporto con Roberto Rossellini

Queste figure, nel cinema di Fellini, hanno un’origine precisa nel suo rapporto con Roberto Rossellini. Questo rapporto fu fondamentale, in tutti i sensi, e soprattutto in quello della libertà dello sguardo, fuori dai canoni del linguaggio cinematografico codificato. Prima di Rossellini, il Fellini giovane sceneggiatore aveva lavorato per commedie popolaresche o fornendo gag prese dalla sua esperienza di collaboratore di settimanali umoristici.

È per Rossellini, che Fellini collabora alla creazione del personaggio della pazza – interpretata da Anna Magnani, in Il miracolo, un film di cui peraltro Magnani è anche l’interprete maschile. È ancora Fellini che scrive, insieme a Rossellini, Europa ‘51 e altri film fondamentali nella sua opera, in cui esce dai canoni del neorealismo “buonista”, per addentrarsi nella dimensione di una presa diretta della vita. Ma oltre la sua superficie, si avvia in una direzione più poetica e metaforica.

Rossellini è per Fellini una sorta di genio tutelare, con cui deve anche scontrarsi perché, per affermarsi, l’allievo ha anche bisogno di definire un proprio campo, diverso da quello del maestro. Però, la figura di Rossellini persiste, c’è, non ci sarebbe stato Fellini senza Rossellini. Non bisogna mai dimenticarlo.

Fellini e la visione delle donne

Le donne immaginate da Federico Fellini sono fuggevoli, abbacinanti, misteriose e meravigliose, assenti e, al tempo stesso presenti, impossibili da incanalare e imprigionare in uno schema elementare. Sapeva quanto le figure femminili fossero più complesse, nel cinema e nella  realtà, e che, in fondo, come diceva lui, “è una combinazione di pasta e magia”

Federico, le donne, le sognava, le desiderava e le filmava, perché nulla si sa, tutto si immagina. Nell’episodio “La ricotta” diretto da Pier Palo Pasolini, Orson Welles sintetizza così la poetica del regista riminese: “Egli Danza”. “Fellini è cinema”, disse Simenon

Per quanto importantissima, questa zona è una zona un po’ rétro, rientra nel modo di vedere la donna che poteva avere un maschio della generazione di Fellini, e non è una visione, questa, molto profonda e neanche molto rispettosa. È condizionata da usi, costumi, abitudini molto discutibili, e Fellini, in fondo, in questo rimane figlio della sua generazione. I suoi film forse più ambigui, e che è più arduo amare e decifrare, sono proprio Giulietta degli spiriti e La città delle donne, che andrebbero rivisti e analizzati da donne. Loro, quasi sempre non li hanno amati. Nei film di Fellini dedicati al mondo femminile, dal punto di vista degli uomini, nella loro visione della donna, c’è qualcosa che appartiene loro, e che va oltre le opzioni ideologiche. Per questo, può scattare nei maschi una complicità con Fellini.

Non dobbiamo dimenticare oltretutto che i film di Fellini, appartengono ad un’epoca che è quella delle “maggiorate”. Le maggiorate, di Fellini, sono figure per l’appunto mitiche, enormi; non rappresentano le maggiorate reali che piacevano agli italiani di allora, quelle dell’episodio Gli italiani si voltano di Alberto Lattuada

Sono in qualche modo marginali, e sono l’accesso a un cinema moderno, vero, che non è quello del realismo, non è quello della commedia, ma è quello più filosofico e metaforico, per certi aspetti perfino metafisico.

La figura del diverso

Il cinema italiano si è occupato pochissimo di questi personaggi. Non ci sono i diversi, i malati, gli storpi, i poveri di spirito. in Pasolini, erede a suo modo di Rossellini, ci sono figure molto più concrete e “normali” della marginalità sociale, salvo poi quando si va verso il fantastico con i film interpretati da Totò. In generale c’è una scarsa attenzione verso le figure reali e concrete di quella diversità che sta in mezzo a noi, e che invece Fellini ama. In La mia Rimini c’è un elenco dei pazzi di paese, degli sciancati, dei mostri. Sono tutte le tipologie di personaggio che popolano la provincia italiana di quegli anni, e che erano presenti nelle esperienze di tutti, ma trascurati dal racconto cinematografico, anche in quello realista. Non sono considerati personaggi degni di attenzione poetica, degni di attenzione cinematografica.

Succede con Fellini, che è veramente un precursore, da questo punto di vista, da un’attenzione verso la diversità che nasce sostanzialmente in Italia con il 1968. Il 1968 delle organizzazioni che hanno cominciato a occuparsi concretamente dei diritti dei malati di mente e dei disabili, per esempio.

Se devo riandare alle prime emozioni personali e figurative, da bambino c’era indubbiamente in me una grande curiosità per la diversità. Io e mio fratello passavamo interi pomeriggi a giocare in un cortile chiuso di un vecchio palazzo nobiliare. Al terzo piano abitava un bambino che noi chiamavamo ‘la testa’; a volte si affacciava dietro i vetri, e subito dopo un’ombra lo tirava via. Poi una volta questa testa lo vedemmo in cortile accompagnato da due donne. Era un bambino con un gran testone, con gli occhi vuoti, la bocca piena di bava. Il fascino del deforme, del diverso mi ha sempre incantato, mi ha sempre profondamente suggestionato, mi ha sempre incuriosito. Perché? Ma chi lo sa? Queste emozioni, ci portavano a pensare che la realtà non era quella confortante suggerita dalla scuola, dalla mamma e dal papà, ma aveva un aspetto pauroso, suggeriva una ribellione. Io credo di essere un carattere molto mite e pacifico, ma forse coltivo una passione segreta per la ribellione, non tanto quella politico-rivoluzionaria – i botti, il chiasso, i cortei, non mi piacciono molto – ma per la trasgressione. Questa è una vera vocazione: trasgredire. E magari essere premiato dal sindaco come trasgressore, oppure dal papa…”.

Siamo in tanti a ricordare incontri simili, anche se gli aneddoti di Fellini tramutano e gonfiano la realtà. Si tratta di invenzioni molto significative per la poetica di un autore. I poeti non pescano soltanto dalla realtà, pescano anche dal loro travisamento della realtà, dal loro intervento fantastico sul mondo reale.

L'ispirazione data da Italo Calvino

Fellini forse capiva di letteratura anche quando fingeva di non capirne. Della letteratura e del fumetto gli piacevano le cose che potevano servirgli, gli piacevano le cose che potessero andar bene per il lavoro e per la sua ispirazione. Fellini non mai stato un accanito e acuto lettore dei grandi del novecento, salvo Franz Kafka. Kafka gli apparteneva: per Fellini, questo autore rappresenta la matrice della sua opera. Però c’è uno scrittore con il quale lui ha avuto un rapporto poco definito, anche questo un po’ da studiare, che è Italo Calvino.

Meditarono insieme un film dalle Fiabe italiane che avrebbe avuto questo inizio: “C’era una volta un re che stava di casa di fronte a un altro re”. Fellini disse, che pensava che i due re potessero essere Totò e Peppino De Filippo. Calvino, in rapporto a Pasolini, diceva che ci sono due tipi di intellettuali, di artisti: i loici e i viscerali. Lui si vedeva come un loico e vedeva Pasolini come un viscerale. Anche Fellini era un viscerale, non un raziocinante, ma qualcuno che ama lasciarsi trascinare dalle sue emozioni, dalle sue fantasie.

Con Calvino, però, c’è un punto d’incontro su questo tema specifico della diversità, ed è in uno dei suoi libri più belli anche se meno letti oggi, La giornata di uno scrutatore, uscito nel 1963, in anni ricchi di novità per la cultura italiana, nel cinema, nella letteratura, nel teatro. Il narratore (Calvino) è stato chiamato a fare lo scrutatore al Cottolengo di Torino. Il Cottolengo, come noto, è il luogo dove si portano, si portavano e si portano ancora, i “mostri”, le persone deformi, anche quelle talmente deformi da essere invedibili, tali da non poter essere proposte alla visione degli altri.

Il rapporto con la morte

Quel che realmente interessa al Fellini, è il diverso come mediatore con il mistero. Ma, forse, la figura più inquietante di tutto il suo cinema è quella dell’ androgino, in Fellini Satyricon, rapito e conteso perché la sua assoluta diversità è ciò che permette il dialogo con gli dèi. Come le sibille, come le sfingi di altre tradizioni. E’ il rapporto con il mondo degli altri con il mondo dell’assoluto “altrove”, con il mondo nascosto che è anche il rapporto con il mondo dei morti, è un tema che, come è ben noto, che per Fellini fondamentale.

Fellini pensava ossessivamente alla morte e all’aldilà, e Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet è un film che non è stato mai realizzato, per un probabile rifiuto inconscio. Perché, avrebbe “accettato”  di entrare in quel mondo, non solo di raccontarlo, ma anche di farne parte.

L’unico vero realista è il visionario.

La figura del Fellini è stata e sarà per sempre un punto di riferimento per il cinema.

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