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Outsiders: La storia di Vivian Maier

Vivian Maier

Nessuno sapeva dell’esistenza di una grande fotografa di nome Vivian Maier, che aveva trascorso anni a collezionare scatti senza mai farne parola con nessuno. Probabilmente, non avremmo mai conosciuto il suo lavoro (e la bellezza delle sue fotografie) se un ragazzo di nome John Maloof, di professione rigattiere, non avesse comprato all’asta, in blocco, una scatola che apparteneva a una sconosciuta signora.

Una passione nascosta in rullini mai sviluppati

Tra i vari oggetti presenti – si trattava di un esproprio, avvenuto al seguito al mancato pagamento di diversi canoni d’affitto – c’erano anche più di trecento negativi e molti rullini mai sviluppati. Il ragazzo, che stava facendo una ricerca iconografica sulla città di Chicago, cominciò a stampare alcuni negativi, spinto dalla curiosità per questi oggetti che raccontavano di un’esistenza solitaria e al limite dell’indigenza

Iniziò a fare delle indagini su quella donna misteriosa, partendo proprio dalle sue cose, dai tanti scontrini che conservava, dalle ricevute degli acquisti fatti, dai biglietti dei mezzi pubblici che prendeva. Grazie all’abitudine all’accumulo che aveva questa signora, il giovane Maloof incominciò pian piano a ricostruire la sua identità. Quella scatola apparteneva a una certa Vivian Maier, di professione bambinaia. Come in un negativo da sviluppare, la storia di quella donna cominciava a emergere, anche grazie agli incontri con le persone che l’avevano conosciuta.

Vivian Maier

Una doppia vita

In particolare, attraverso il racconto di quei bambini che Vivian aveva accudito e che oramai erano cresciuti. Ben presto, tutti i pezzi del puzzle erano al loro posto. Vivian Maier era nata da genitori di origine austriaca, che erano emigrati negli Stati Uniti negli anni Venti. Vivian era nata a New York nel 1926. Quando i genitori si separarono, andò a vivere con la madre da un’amica di lei, e fu proprio questa donna a trasmetterle la passione per la fotografia. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si recò in Francia per una questione ereditaria che riguardava sua madre: pare che proprio grazie a questi soldi riuscì ad acquistare delle macchine fotografiche, con le quali realizzò i suoi primi scatti. Ritornata negli Stati Uniti, trovò lavoro come bambinaia, senza però mai appendere al chiodo la sua Rolleiflex.

Anzi: nelle giornate di libertà, andava in giro per la città in cerca di scatti, diventando una pioniera della street photography. I suoi soggetti preferiti erano le persone comuni impegnate nella loro vita quotidiana: la gente semplice, quella altolocata, le strade del centro e le periferie, i riflessi delle vetrine, gli emarginati, i bambini. Se stessa. Ma Vivian Maier era curiosa e a un certo punto, quando le strade della sua città non le bastarono più, decise di lasciare il suo lavoro e viaggiare per il mondo.

Vivian Maier

Raccontare se stessi attraverso la fotografia

Scattò tantissime foto e non disse mai, al suo ritorno, dove era stata. Solo le sue fotografie raccontarono di questo viaggio durato sei mesi, in cui aveva visitato l’estremo Oriente, l’Egitto, l’Italia, la Francia. Girava in bici e non fece mai amicizia con nessuno. La vita di Vivian Maier era fatta solo del suo lavoro con i bambini – che l’adoravano – e delle sue foto. Dopo aver lasciato i Gensburg, la famiglia di Chicago con cui aveva vissuto a lungo, fino a che i figli non erano diventati grandi, si trasferì presso un’altra famiglia, portando con sé 200 scatole di cartone.

Dentro c’era tutta la sua vita: i suoi rullini e i suoi negativi. Le sue scatole giravano con lei, di casa in casa, di famiglia in famiglia. Quando l’età avanzò, si ritrovò in difficoltà economiche e dovette trasferirsi in una casa popolare. Fu proprio allora che la sua cassa venne messa all’asta. Mentre quel ragazzo di nome John Maloof, di professione rigattiere, era sulle tracce della misteriosa proprietaria della cassa, Vivian ebbe un incidente cadendo sulla neve e battendo la testa. Furono i figli della famiglia Gensburg, che le erano rimasti profondamente legati, ad aiutarla.

 Alla fine, Vivian morì, senza sapere che i suoi scatti stavano cominciando a diventare famosi. Maloof infatti, oltre a stamparli, cominciò a divulgarli. Erano foto di insolita bellezza, in cui spesso compariva anche il volto di Vivian, magari nel riflesso di una vetrina oppure di uno specchietto. Come se questa grande e sconosciuta fotografa avesse voluto lasciare un segno di sé in un’immagine.

Vivian Maier

Pioniera di fotografia senza poterlo mai sapere

Artista newyorkese, Vivian Maier trascorre parte della sua vita fotografando senza sapere di diventare famosa nel mondo. Sono diversi i temi ricorrenti che si colgono scorrendo i suoi vari scatti. Oltre alla predilezione per gli autoritratti, Maier ama immortalare il mondo dei bambini e il gioco di luci ed ombre. John Maloof ne realizza un film-documentario dal titolo “Finding Vivian Maier“.

Il film narra la vita della fotografa Vivian Maier anche attraverso le testimonianze delle persone che la conoscevano. La visione del film mette in luce il senso degli scatti di Vivian. Si tratta di fotografie che raccontano l’emancipazione americana, momenti di vita reale e la società del tempo.

Grazie al lavoro di Maloof la collezione fotografica di Maier è oggi conosciuta a livello mondiale. Numerose sono le mostre dedicate a Vivian Maier che annualmente richiamano appassionati di fotografia in ogni dove. Il film riceve una nomina agli Oscar 2015.

Gli autoritratti

Il materiale rinvenuto è composto da oltre 150mila negativi, filmati super 8mm, tantissimi rullini mai sviluppati, foto e registrazioni audio. Particolarmente interessante è la collezione degli autoritratti in cui Maier si fotografa spesso su superfici riflettenti come le vetrine dei negozi con al collo la sua inseparabile macchina Rolleiflex 6×6.

I personaggi poveri che appaiono nelle foto vengono immortalati sempre ad una certa distanza. Invece, quando i soggetti appartengono all’alta società si notano elementi di disturbo. Questo dualismo esprime il dissidio di Vivian Maier: da una parte la donna accetta la sua condizione, ma dall’altra vuole emergere socialmente.

Vivian Maier

I filmati e il colore

All’inizio degli anni ’60 Vivian Maier comincia a filmare per strada, specialmente luoghi ed eventi. Non c’è voce narrante o movimenti della macchina. Gli unici movimenti sono quelli delle carrozze o della metropolitana. Talvolta Maier ingrandisce i soggetti ma senza soffermarsi particolarmente sui dettagli. I suoi filmati sono più simili a documentari.

Sul finire degli anni ’70 Vivian Maier inizia a scattare a colori e cambia anche il punto di vista, considerando che gli elementi immortalati sono principalmente oggetti come giornali o graffiti. In questa fase Maier utilizza una macchina Leica, molto più leggera e semplice da usare. Gli scatti a colori di Vivian Maier si contraddistinguono per l’interessante contrasto cromatico.

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